LO STATO BANCHIERE E LE IMPRESE RESPONSABILI: NASCITA ED EVOLUZIONE DEL GIOCO D'AZZARDO IN ITALIA (Marco Pedroni, Sociologo Unversità eCampus)

Marco Pedroni. La relazione che illustro sinteticamente oggi è pubblicata Rassegna Italiana di Sociologia, Vol. 1, 2014, con il titolo The «banker» state and the «responsible» enterprises. Capital conversion strategies in the field of public legal gambling. È una ricostruzione del campo del gioco legale in Italia.

Moncada. L’argomento credo che abbia un risvolto concreto e pratico. Specie in un momento in cui si parla di fare delle nuove leggi e dei nuovi interventi in ambito amministrativo, come Regioni e Comuni. Perciò, il primo intervento che ci riporta indietro nel tempo: lascio la parola a Marco Pedroni.

Pedroni. Ringrazio Giampiero Moncada e l’organizzazione intera e voi tutti presenti. Ho l’onore e in un certo senso l’onere di aprire questa mattinata. In 20 minuti cercherò di ripercorrere la storia, anche se in maniera approssimativa, del gioco d’azzardo legale in Italia. Partendo dal dopoguerra. Sapendo ovviamente che le radici del gioco d’azzardo sono ben più lontane.

Proviamo riflettere su quello che è successo negli ultimi 50-60 anni. Molti di noi conoscono le dimensioni del gioco legale in Italia oggi, ma una domanda che è interessante porci è: come si è arrivati fin qui? Come è possibile tutto questo?

Quello che è successo negli ultimi decenni del 20° secolo è abbastanza noto. Vi è stata una evoluzione del gioco d’azzardo da attività residuale, e per molti versi proibita, ad attività di intrattenimento di massa. E questo lo dicono chiaramente i numeri, ogni qualvolta si prenda in considerazione il volume globale delle giocate o l’aumento dei giocatori «normali» o problematici. I numeri non solo in Italia, ma nella maggior parte dei Paesi occidentali.

Oggi il gioco d’azzardo è ampiamente legalizzato, rispetto al passato, ed è venduto sotto controllo di Governi nazionali: in Italia, dai Monopoli di Stato sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Ma come si parla del gioco d’azzardo, quando si parla del gioco d’azzardo? È ormai evidente che se ne parla molto e in diverse sedi.

A mio avviso ci sono almeno tre filtri che condizionano la nostra conoscenza del gioco d’azzardo. Il primo è un filtro “medico”. In sostanza, molto spesso ci viene raccontato quanti sono i giocatori in Italia, quanti sono i giocatori eccessivi, quanti i ludopatici, cifre che conosciamo grazie a indagini epidemiologiche.

Sappiamo che l’incidenza di ludopatie cambia leggermente da un Paese all’altro. La maggior parte degli studi sostiene che si attesti tra lo 0,8% e l’1,2% della popolazione. E questo è un discorso molto presente nella rappresentazione pubblica del gioco.

Un secondo filtro è quello “economico” o “commerciale.

In questo caso ci viene raccontato qual è il peso del gioco sia a livello individuale (micro), sia a livello sociale (macro).

Sappiamo quindi quali sono i costi individuali del gioco, sappiamo quanto spende in media un cittadino italiano,  E poi sappiamo quali sono i costi aggregati, i costi sociali, la percentuale di entrate erariali, le dimensioni del mercato. Ci viene raccontato che il gioco d’azzardo, in termini di fatturato lordo, è la terza industria nazionale.

Anche questi dati sono molto presenti nel racconto mediatico.

Ed eccoci arrivati al terzo filtro, quello “mediatico”.

Ouando giornali, televisioni, siti Internet parlano del gioco d’azzardo lo fanno seguendo alcuni schemi narrativi ricorrenti.

Ho contato e analizzato gli articoli apparsi nel 2012 sui due principali quotidiani nazionali relativi al gioco d’azzardo. Il Corriere ne ha pubblicati 130, Repubblica 420.

Leggendoli analiticamente si scopre che sono quattro o cinque le narrazioni cui siamo sottoposti.  Una prima narrazione associa il gioco alla subalternità sociale, ripetendo il motivo: “sono le persone problematiche quelle che giocano”.

Una seconda narrazione si concentra sullo Stato. Nel titolo della mia presentazione avete visto l’espressione “Stato banchiere”. I giornali sono meno teneri e usano parole come “Stato biscazziere”, per indicare uno Stato che sfrutta le debolezze dei cittadini.

Vi è poi il filone delle addiction, e quello del legame tra gioco e criminalità.

A chiudere, la vulnerabilità di alcune categorie particolari: si raccontano episodi di donne, anziani o giovani protagonisti di eccessi; ad esempio, l’adolescente che ruba la pensione alla nonna per giocarsela alle slot machines.

In sostanza, vi è una forte attenzione per microepisodi in cui si vedono fenomeni di aperta devianza o fenomeni molto problematici.

Questi sono i filtri che mediano la nostra conoscenza del fenomeno. Quel che vorrei proporvi oggi è invece un passo verso una valutazione complessiva, insieme storica e sociologica, del gioco d’azzardo, che risponda alla domanda con cui ho aperto il mio intervento:  com’è possibile tutto questo? Come siamo arrivati a un mercato dell’azzardo di queste dimensioni? E a un allarme sociale che trova tanta eco nei media?

La storia del gioco legale in Italia dal dopoguerra è molto complessa.

Una cronologia parziale dal dopoguerra al 2012, che ho provato a tracciare nell’articolo per la Rassegna Italiana di Sociologia, elenca diverse decine di eventi. Senza elencarli qui, provo a riassumere la storia recente dell’azzardo con una metafora evolutiva. Proviamo a immaginare il gioco come un organismo che cresce. Che, quindi, ha un’infanzia, un’adolescenza, e che con tutta probabilità è arrivato a un’età adulta.

A mio modo di vedere, l’infanzia del gioco legale in Italia è quella che parte nel ’46, con la creazione della schedina Sisal, e che dura grosso modo 40 anni. Ed è un quarantennio in cui tutto sommato non succede granché. Alla schedina si aggiungono dei giochi, ma sostanzialmente il giocatore italiano conosce poche modalità di gioco. Può andare in ricevitoria per il Totocalcio e il Totip, classicamente al sabato pomeriggio. Se vuole scommettere sui cavalli deve andare all’ippodromo. Se vuole giocare a giochi da casinò deve andare fisicamente al casinò in quattro città di frontiera, o quasi, del nord Italia. Notiamo quindi una dimensione dell’azzardo piuttosto ristretta. E soprattutto una forte separazione tra gioco e vita quotidiana. Perché, con la parziale eccezione delle ricevitorie, si gioca in luoghi che sono “altri” rispetto alla quotidianità. Il viaggio a Sanremo o Saint Vincent. Oppure la gita all’ippodromo di Milano. Tutti atti che presuppongo un distacco dal normale flusso delle attività quotidiane.

Dopo di che c’è un’adolescenza. L’adolescenza, lo sappiamo bene, è un’età di turbolenze. E lo è anche per il gioco d’azzardo.

In questo caso la turbolenza è data da una serie progressiva di azioni di legalizzazione di vari giochi d’azzardo.

Io ne vedo l’inizio nel 1987, anno in cui vengono date 4mila concessioni aggiuntive a bar e ricevitorie per il gioco del lotto. Altri eventi andrebbero citati. Ad esempio il fatto che nel 1988 Aams diventa responsabile dei giochi d’azzardo; cosa che accade progressivamente (anno dopo Aams acquisirà competenza nella gestione dei giochi).

Nel ’90 è costituito il terzetto di imprese che fino ad anni più recenti domina il mercato dell’azzardo, le «tre sorelle» Sisal, Lottomatica (ora GTech) e Snai. Altre date importanti sono il 2004, con l’introduzione dei concessionari di Awp, e il 2011 con le concessioni online.

Questa adolescenza è segnata da continue legalizzazioni; caratterizzata da pressanti necessità fiscali dello Stato (la crisi del ’92 e il non felicissimo decennio che sta alle nostre spalle) e da un mercato dell’azzardo in rapida crescita.

Secondo la mia ricostruzione, il 2012 è l’anno di una iniziale transizione a un’età che potremmo chiamare di maturità. Diverse cose accadono. Il decreto Balduzzi, che se da un punto di vista sostanziale non cambia granché, presenta tuttavia alcune novità simboliche , in primo luogo l’inserimento della ludopatia tra i livelli essenziali di assistenza - si può ovviamente obiettare che manca la copertura finanziaria. Nel breve Governo Monti vi è per la prima volta una sensibilità almeno parzialmente ostile all’espansione - almeno a parole - attraverso le prese di posizione dei ministri Balduzzi e Riccardi.

Ma non è l’unico evento. Sistema gioco Italia, emanazione di Confindutria, inizia un’azione di forte auto-responsabilizzazione culminata in un codice di disciplina pubblicitaria. Molte amministrazioni locali, nel ristrettissimo ambito delle loro possibilità, fanno azioni di contrasto rispetto alle sale slot, avviando la cosiddetta «rivolta dei Comuni».

Nasce la campagna Mettiamoci in gioco. Insomma, una serie di elementi che testimoniano una riflessione più matura e critica sul gioco d’azzardo in un momento in cui, come mai prima, Chiesa cattolica, organizzazioni no profit e media fanno sentire la propria voce su questo tema.

Il momento, peraltro, della massima espansione, in termini numerici, economici e finanziari del mercato dell’azzardo.

Rileggiamo quanto accaduto in questa maturazione dall’infanzia all’età adulta secondo le lenti della sociologia.

Quando si parla di gioco d’azzardo, ci si riferisce quasi sempre ed esclusivamente a quello che i sociologi chiamano il capitale economico. Quindi, il fatturato, il payout, la spesa individuale…

Tuttavia ci sono altri tipi di capitale, ovvero di risorse che le persone investono, e che dobbiamo prendere in considerazione per parlare di gioco d’azzardo. Prendiamo la questione dal punto di vista dello Stato. Durante la lunga infanzia del gioco d’azzardo lo Stato accumula capitale politico, una forma di capitale simbolico. Tradotto: l’affidabilità. Uno Stato che rinuncia al proprio interesse economico, anteponendovi l’interesse dei cittadini. Lo Stato potrebbe legalizzare il gioco in alcune sue forme, ma non lo fa, stabilendo che sia un rischio per la salute pubblica. Protegge quindi i cittadini evitando l’espansione del mercato dell’azzardo. Accumula capitale politico, una sorta di fiducia che i cittadini hanno nello Stato, e rinuncia al capitale economico. 

Cosa succede a partire dall’adolescenza del gioco d’azzardo in Italia?

Succede che questo capitale politico accumulato in 40 anni viene improvvisamente trasformato in capitale economico. Lo Stato rinnega la strategia precedentemente adottata e legalizza progressivamente una serie di giochi; in questo modo accumula  capitale economico sotto forma di entrate erariali, ma corre un rischio: perde in capitale simbolico, cioè erode quel capitale di fiducia che aveva costruito nei confronti dei cittadini. Tant’è che i giornali sono pieni di denunce nei confronti dello Stato banchiere e biscazziere.

Cosa accade invece sul versante dei concessionari?

I concessionari all’inizio si trovano nella situazione opposta: sono degli operatori di mercato, non possiedono né capitale politico né capitale simbolico, e legittimamente fanno business, mirano a produrre profitto (capitale economico).

È qui che succede qualcosa di veramente strano ed interessante nel panorama italiano. In assenza di politiche statali sul gioco chiaramente identificabili, se non la legalizzazione di tutto ciò che può essere legalizzato, i concessionari, paradossalmente, si sostituiscono al ruolo dello Stato. Diventano più statalisti dello Stato. La maggior parte delle azioni di responsabilizzazione, in termini di comunicazione e di social corporate responsibility, vengono dalle imprese prima ancora che lo Stato imponga un obbligo specifico. Di nuovo, l’esempio è il codice di autodisciplina pubblicitaria che le imprese aderenti a Sistema Gioco Italia elaborano senza che ne siano obbligate dalle istituzioni.

È evidente che vi è un interesse economico: meglio autolimitarsi prima che il giocattolo si rompa, cioè prima che lo Stato intervenga con limitazioni più severe e prima che l’opinione pubblica raggiunga un livello ancora più elevato di intolleranza nei confronti del gioco d’azzardo.

Ma in questo meccanismo sono proprio i concessionari, o meglio alcuni concessionari, a guadagnare in credibilità e affidabilità, e diventano paradossalmente degli attori più affidabili e più responsabili dello Stato. Che molto spesso è semplicemente latitante.

Mi riferisco a molti convegni come quello di oggi, in cui si vedono numerosi rappresentanti di amministrazioni locali, mentre è molto più difficile incontrare rappresentanti del Mef o di Aams.

Moncada. Anche qui erano stati invitati i Monopoli.

Pedroni. Se c’è qualcuno dei Monopoli, nei futuri aggiornamenti della mia ricerca sarà un piacere indicare il 2014 come l’inizio della partecipazione di rappresentanti dello Stato al dibattito sul gioco. Ma nemmeno oggi vedo mano alzate.

Riprendiamo il filo del discorso. Il capitale simbolico accumulato dagli operatori comemrciali può essere utilizzato, a sua volta, per aumentare il capitale economico, in un meccanismo virtuoso per i concessionari stessi.

In sintesi, mentre lo Stato perde capitale simbolico per guadagnare capitale economico, i concessionari, o meglio alcuni concessionari, sono in questo momento capaci di aumentare sia il capitale economico sia il capitale simbolico.

Tutto il sistema deve però fare i conti con una “santa alleanza” tra Chiesa cattolica (attraverso la Cei e le pagine di Avvenire), organizzazioni no profit (alcune cattoliche, altre laiche) e media, sostanzialmente allineati su una posizione di ostilità al gioco d’azzardo nelle due esagerate dimensioni attuali.

Questo è il campo del gioco legale in Italia oggi: uno spazio formalmente regolato dallo Stato, che è però vittima del “mostro” che ha creato - in altri termini, è a tal punto dipendente dagli introiti erariali generati dal gioco che non può pensare di invertire la rotta e far dimagrire il comparto; uno spazio in cui gli operatori commerciali possono esercitare la loro normale attività orientata al profitto nel ruolo di imprese “responsabili”, grazie alla latitanza dello Stato; uno spazio in cui si levano le voci critiche di Chiesa, organizzazioni e media, forti ma non al punto di causare un’autentico ripensamento delle policy statali sul gioco.

Chiudo il mio intervento con tre riflessioni. Tre punti di cui si deve tenere conto oggi per parlare del gioco d’azzardo con la gravità che l’argomento merita.

Perché il racconto medico, il racconto economico, il racconto mediatico, sono tutti molto importanti per darci delle informazioni, ma da soli non ci restituiscono il quadro complessivo - solo delle fotografie accurate che spesso non riusciamo a leggere in un racconto unitario.

Primo argomento: la sconfitta dello Stato. Una doppia sconfitta dello Stato, che cede capitale simbolico agli operatori di mercato. Fuocault direbbe che questa è una subordinazione all’episteme neoliberale: l’invasione del mercato in ambiti che prima non erano controllati dal mercato. Certo, il gioco d’azzardo è regolato all’interno di un regime di monopolio. Certo, è Aams a concedere le licenze per i giochi e a dettare le condizioni. Ma è innegabile che il mercato ha raggiunto dimensioni tali che lo Stato non può rinunciare, domattina, a lotterie, slot, giochi online e quant’altro. Il danno erariale sarebbe insostenibile in questo momento.

Secondo punto: l’evoluzione della soggettività del cittadino.

Chi è oggi il giocatore? È una domanda cui non si può rispondere perché esistono tanti giocatori diversi, per giochi diversi, ma esistono alcuni tendenze trasversali. In primo luogo, il sopravanzare dei giochi  di alea, basati su fortuna e casualità, nei confronti dei giochi di skill, quelli che richiedono una competenza. In secondo luogo, la tendenza all’individualismo: si affermano giochi quali le slot machines, dove la possibilità di vivere la dimensione relazionale e sociale del gioco è ridotta se non nulla. Infine, la letteratura scientifica attesta la diffusione di massa del gioco negli strati medi e medio-bassi della popolazione.

Terzo punto: la relazione tra gioco e politiche neoliberali. Attraverso la legalizzazione dei giochi d’azzardo quote progressive di rischio sono state trasferite dallo Stato ai cittadini (che, da beneficiari della protezione statale, diventano azionisti delle chances offerte dal mercato). Il cittadino si trasforma sempre più in consumatore: quel che gli è offerto non è più la difesa da potenziali rischi (attraverso la limitazione dei luoghi del gambling), ma la libertà di accedere al gioco, l’azzardo come forma di entertainment, in un paese dove il gioco si è progressivamente normalizzato, diventando presenza quotidiana e costante nei bar, nelle tabaccherie, nelle sale dedicate, onnipresenti nelle nostre città - senza dimenticare il comparto online. Il mercato ha vinto sullo Stato. Oggi non va più di moda parlare di ideologia, ma è esattamente una macchina ideologica quella che vediamo all’opera nella (non) azione dello Stato: l’ideologia neoliberale che ci illude di trattarci come cittadini maturi con il diritto di scegliere, mentre ci sfrutta come consumatori non più protetti dall’abbraccio dello Stato.

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